Middle Class Economics: la sfida (di sinistra) di Obama alla globalizzazione - Iperdiario di Luca Romanelli

Vai ai contenuti

Menu principale:

Middle Class Economics: la sfida (di sinistra) di Obama alla globalizzazione

Le mie idee > Politica

I discorsi di Obama sullo Stato dell’Unione (https://www.youtube.com/watch?v=Z8LqG_Ld0Dw) sono capolavori di comunicazione politica. Visione, carisma, ritmo, asciutta chiarezza, understatement, zero politichese, costante riferimento ai sogni ed ai bisogni della gente normale.

Aldilà della forma, quello di quest’anno di fronte al Congresso lancia, da sinistra, una sfida al paradigma liberista della globalizzazione, secondo cui la libertà di movimento dei capitali su scala mondiale prevale su tutto perché crea ricchezza. La vittima predestinata essendo la classe media, professionale e della piccola impresa, condannata ad impoverirsi a causa dell’innovazione tecnologica e la delocalizzazione, abbandonata dallo Stato oppresso dal debito.

La visione di Obama non ha niente a che vedere con la retorica della vecchia sinistra europea, che parla di diritti ma intende assistenzialismo insostenibile, allo stesso modo di Grillo e della destra populista. Oltre che fondarsi su valori profondi di uguaglianza, essa si muove sul terreno della destra, quello della crescita economica. Afferma che marginalizzare la classe media significa tagliare il ramo su cui sono seduti gli attuali leader dell’economia; che la loro ricchezza smisurata è anche frutto della capacità di eludere il fisco ed inquinare il mondo ed è quindi minacciata da una crisi di sistema.

La strategia parte quindi dagli accordi internazionali contro l’elusione fiscale e sui cambiamenti climatici e conta già su importanti successi. All’interno propone forti investimenti in infrastrutture, ricerca, educazione (college a costo zero), coperture sanitarie, sostegno ala famiglia (asili nido) finanziati dalla redistribuzione del peso fiscale dal capitale verso il lavoro. La prospettiva offerta anche agli elettori repubblicani è quella di una base produttiva nazionale più forte perché animata da una classe media più educata, mobile, imprenditoriale, motivata da un forte senso di appartenenza alla nazione. Una "nuova frontiera" interna, insomma, che richiami in patria le risorse private finora fuggite altrove, consentendo la sostenibilità finanziaria degli investimenti pubblici previsti.

Con l’ultimo trimestre di crescita del PIL al 5% ed il deficit federale ridotto di due terzi, export ed occupazione mai così buoni, la middle class economics è credibile. Mette in difficoltà la destra perché coinvolge il cuore del Paese e può consentire l’elezione di un nuovo Presidente democratico tra due anni.

Una lezione per l’Europa, a cominciare dalla sua sinistra.


22.1.2015


 
Torna ai contenuti | Torna al menu