Maria e la questione femminile - Iperdiario di Luca Romanelli

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Maria e la questione femminile

Le mie idee > Vita Ecclesiale

Papa Francesco ci ha aperto il cuore alla speranza di una riforma profonda della Chiesa Cattolica. Credo che potrà far molto sui temi della povertà e della collegialità. Meno sul superamento dell’anacronistica minorità delle donne nella comunità ecclesiale.

Si inganna chi pensa il problema riguardi solo i credenti e che la società civile sia oramai affrancata dall’arretratezza (di 200 anni come diceva il card. Martini) della Chiesa. Nel profondo, noi maschi ci ribelliamo all’idea che la donna sia veramente libera ed in grado di condividere pienamente le responsabilità della vita economica e civile. La visione cristiana tradizionale contribuisce a plasmare questa diffidenza.

Il problema della Chiesa non è di "adeguarsi" alla modernità ma piuttosto di reinterpretare, cogliendo i segni dei tempi, la propria fede in Gesù Cristo.
Per mutare prospettiva occorre tornare ad interrogare le Scritture, sapendo che i Vangeli non sono testi di morale ma narrazioni comunitarie della vicenda inaudita del Cristo. Al loro interno la figura di Maria, madre di Gesù, è centrale per la questione femminile nel cristianesimo.
In Marco, il testo più antico e aderente alla vicenda storica di Gesù, Maria non solo non è esaltata o idealizzata, ma è quasi assente. Si dice chiaramente che aveva altri figli.
Luca e Matteo introducono i racconti dell’annunciazione, della nascita e dell’infanzia di Gesù, nei quali la critica storica ha evidenziato diversi elementi "teologizzanti", ancora più forti in Giovanni e negli apocrifi. Questi testi non avevano tuttavia la funzione di raccontare dei fatti (ed infatti presentano varie incongruenze) ma di interpretare la figura di Gesù e di sua madre alla luce della fede nella Resurrezione, con un linguaggio ed uno stile consonanti a quello delle comunità degli autori.
In nessun caso, comunque, Maria appare nei Vangeli quello che poi la tradizione cristiana ne ha fatto: la Madre di Dio, la Regina (di infinite cose, nel Rosario), la Sempre Vergine, l’Immacolata Concezione. Lette senza le incrostazioni della tradizione, le Scritture ci restituiscono una donna del popolo, umile ma grande perché disponibile come nessun uomo avrebbe potuto all’accoglienza del Mistero divino; femminile perché capace in modo speciale di dono ed intuizione dell’impensabile.

Sulla figura di Maria, una volta che il Cristianesimo si è saldato con l’ordine civile, si sono innestati i vecchi miti pagani della Grande Madre e della Dea Vergine (si pensi ad Atena Partenope, tra i molti). Fino a 50 anni fa in Occidente ed ancora oggi in Africa, le donne hanno dovuto sfiancarsi per generare figli che morivano troppo presto e questa è stata la loro indispensabile funzione sociale. La sottomissione all’uomo è stata la conseguenza quasi necessaria di questa specializzazione. Il mito della Vergine santa e feconda ha ipostatizzato e tenuto insieme per millenni il destino femminile di fonte di piacere erotico e procreatrice.

Non voglio con questo dire che il Cristianesimo sia stato storicamente negativo per le donne. Al contrario Gesù, nel contesto fortemente misogino della cultura ebraica ed ellenistica del tempo, afferma in maniera rivoluzionaria la pari dignità della donna nella storia della salvezza. Nei Vangeli i segni sono moltissimi: sono donne le prime testimoni della resurrezione; Cristo perdona l’adultera, parla alla Samaritana, guarisce l’immonda emorroissa, è tenero con la prostituta pentita e le donne al suo seguito, critica la durezza della legge mosaica sul matrimonio e sul ripudio. La Chiesa ha certamente colto questa novità. L’indissolubilità del matrimonio imposta alle tradizioni latine e barbare va letta anche a tutela della donna. Sante come Ildegarda, Caterina, Teresa d’Avila hanno svolto ruoli politici impensabili in contesti pagani, islamici o anche protestanti.

Tuttavia la Chiesa è oggi di fronte ad una prospettiva radicalmente nuova: la drastica diminuzione della mortalità infantile, la crescita economica e tecnologica permettono alle donne di essere madri e lavorare, spose e sessualmente attraenti fino e oltre l’età degli uomini. La politica, il mondo del lavoro, la scienza stanno diventando impensabili senza il contributo femminile. Una Chiesa che aspira ad essere segno e strumento dell’unità del genere umano non può ignorarlo. Non può immaginare di formare sacerdoti ed esercitare la guida delle comunità in ambienti ed ottiche puramente maschili.

Se anche la figura di Maria venisse ripensata, come ha suggerito il Papa recentemente, come sorgente di unità della comunità dei credenti, come lo fu per gli apostoli, proprio in virtù della speciale grazia dell’accoglienza e del perdono, avremmo una Chiesa più femminile, più santa e riconciliata con il mono moderno.


17 Marzo 2013


 
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