L'equivoco della crescita - Iperdiario di Luca Romanelli

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L'equivoco della crescita

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Adesso che Hollande ha vinto le elezioni in Francia e la gente comincia a sentire il morso della stretta fiscale si ritorna a parlare di crescita. Il lessico della Prima Repubblica ma anche dei suoi residui camuffati che ci hanno illuso fino a qualche mese fa faceva coincidere la parola crescita con spesa pubblica.
Il duro sguardo della realtà ci dice tuttavia senza pietà che lo Stato non può spendere di più. Anzi dovrà spendere di meno, per la semplice ragione che i mercati finanziari non finanziano più il nostro debito e nuove tasse sarebbero semplicemente insopportabili. Lo spread si è assestato sul 4%, il che vuol dire, nel medio periodo, un peso addizionale sul nostro bilancio nazionale di 40-50 miliardi di euro. Dico "si è assestato" perché se sgarriamo salirà e se la banche, che Draghi ha riempito di liquidità perché acquistassero per suo conto debiti sovrani, daranno segnali di squilibrio saremo da capo. Il fallimento di Bankia in Spagna o le perdite spaventose di Monte Paschi o Intesa emerse in questi giorni non sono certo segnali di speranza.
La sola politica credibile di crescita è quella che aiuta a ricostruire fiducia nel futuro ed a creare opportunità di lavoro ed investimento per lavoratori disoccupati o sottoccupati ed imprese in difficoltà. Fiducia ed opportunità vanno recuperate immediatamente, mentre si mettono in moto riforme con effetti nel medio termine. Come?

sostituendo spesa improduttiva (sprechi, regalie ad imprese o corporazioni che alimentano il sottobosco della politica, sussidi a settori perdenti) con investimenti che aumentino la produttività del sistema economico (ricerca, infrastrutture critiche, ammodernamento della pubblica amministrazione);
spezzando monopoli (spesso occulti) e corporazioni che fanno stagnare settori economici importanti e scoraggiano gli investimenti e la nascita di nuove imprese: non solo taxi e farmacie, ma anche, tra gli altri, i servizi professionali, ingessati dagli ordini e le così dette utilities (servizi ambientali, energia, trasporto locale) paralizzate dal cordone ombelicale con la politica;
avviando, se necessario con l’accetta, la riforma della pubblica amministrazione, semplificando il sistema, eliminando sovrapposizioni, mettendo in rete o in comune i servizi (si pensi ai piccoli comuni, la cui spesa procapite esplode), redistribuendo i carichi di lavoro (vedi le circoscrizioni giudiziarie).

Insomma decisioni coraggiose, che abbiano anche forti effetti simbolici, perché la gente non si adagi nella disperazione.
Se il governo Monti può svolgere (speriamo) la prima parte del lavoro, spetta alla politica, tra un anno, finire il lavoro o mandarci alla rovina. La campana dell’ultimo giro è suonata alle ultime amministrative. La gente ha detto basta  ai partiti "fan club", che inevitabilmente rivelano il villano o il farabutto in chi viene per anni celebrato come eroe, e chiede forze politiche trasparenti, fortemente competitive all’interno, finanziate dai cittadini, dove il ricambio ai vertici sia la regola e non l’eccezione. Solo partiti o movimenti fondati su questi principi sono in grado di tirarci fuori dai guai e ci converrà, come cittadini, esigerli con forza.

12 Maggio 2012


 
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