Il patto scellerato della scuola italiana - Iperdiario di Luca Romanelli

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Il patto scellerato della scuola italiana

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Dopo 10 miliardi di tagli lineari negli ultimi anni, il Governo Letta ha buttato qualche spicciolo sulla scuola italiana, giusto per agganciare il clima mediatico del rientro in classe. Nuove assunzioni (sacrosante quelle del sostegno) e regolarizzazione di precari.
Tuttavia, tutto quello che sa fare la sinistra italiana è assumere. Perché ha un baco mentale e anche un interesse elettorale: che per essere di sinistra basta fare gli interessi degli insegnanti o averne di più, perché questo si tradurrebbe naturalmente in una migliore formazione per i giovani. Purtroppo non è così.
La scuola pubblica italiana, specie la superiore, è tremendamente indietro nella didattica e questo penalizza proprio le classi sociali con minor accesso ad altre fonti di conoscenza. Ciò non è conseguenza della mancanza di risorse: la Polonia ci è passata avanti da tempo, come documenta il sistema di valutazione PISA dell'Ocse. Tranne che per l'Università, la nostra spesa è in linea con la media.
Il problema è invece la sclerosi mentale e professionale di dirigenti ed insegnanti, indotta dal "patto scellerato" che ha governato il sistema da decenni: all'insegnante (e allo studente di riflesso) lo Stato chiede poco, in modo da poter dare poco.
In realtà la diffusa opinione che gli insegnanti siano mal pagati contrasta con il dato che ai concorsi si presentano centinaia di persone per ogni posto disponibile. Ma la contraddizione è solo apparente: una volta arraffato il posto, l'insegnante o il dirigente rispondono poco o nulla della quantità e della qualità del proprio lavoro.
Mentre la globalizzazione accelera l'innovazione e la ricomposizione dei saperi, lasciando indietro chi non si connette al cambiamento, noi siamo fermi alla lezione frontale, alla ripetizione acritica di contenuti spesso obsoleti, alla separazione rigida tra discipline, classi, scuola e lavoro. Per chi insegna o dirige, massimo risultato col minimo sforzo.
Le vie di uscita sono complesse ma riassumibili intorno a tre idee-forza, che, tristemente, suonano da noi come rivoluzionarie:

1. reclutamento competitivo e "vocazionale": assumere insegnanti non tra quelli che hanno soprattutto altro da fare (le mamme, la libera professione) ma che aspirano piuttosto ad essere "100% docenti". Questo vuol dire concorsi regolari, orari di lavoro certi, fine delle stabilizzazioni automatiche di precari, anche dopo decenni dall'idoneità, che non dimostrino di avere capacità all'altezza;
2. formazione continua e sperimentazione didattica attraverso percorsi strutturati e verificabili: oggi, tristemente, nessuno può obbligare un docente ad aggiornarsi o a partecipare a percorsi scuola-lavoro. I dirigenti che ci provano lo fanno spesso a proprie spese;
3. valutazione dei risultati educativi, specie della capacità degli studenti di risolvere problemi piuttosto che di accumulare nozioni. Oggetto di fortissime resistenze, la valutazione continua della didattica è indispensabile per la creazione ed il mantenimento di un clima aperto ed innovativo nella scuola.

La valutazione è anche la chiave di volta del problema retributivo dei docenti, come degli altri dipendenti pubblici. L'idea, spesso evocata, che pagandoli di più lavoreranno meglio, non la compro. Inizino invece a produrre risultati migliori ed i contribuenti si renderanno conto di non poterne fare a meno.

12 Settembre 2013


 
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