I "governi del popolo" al servizio del capitale - Iperdiario di Luca Romanelli

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I "governi del popolo" al servizio del capitale

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In un recente post su Facebook una cara amica paragona la rivolta populista in atto in Italia (e in tutto l’Occidente in verità) alla Rivoluzione Francese. In entrambi i casi, dice, assistiamo a un popolo oppresso che si ribella al potere costituito.

La tesi è suggestiva, ma io ne darei una lettura completamente opposta.

Nella Francia di fine ‘700 la classe borghese emergente manovrò abilmente il popolino, sobillandone la rabbia per secoli di servitù, per fargli fare il lavoro "sporco" e mandare alla ghigliottina l’ancien regime. La situazione le scappò di mano nel periodo del Terrore, dove tribuni come Roberspierre rischiarono mandare tutto all’aria, gettando il paese nel caos e consegnandolo alle potenze lealiste. Finchè arrivò Napoleone a consolidarne il potere in chiave autoritaria ed imperialista.

Nel nostro tempo non è difficile vedere la potenza allo stesso tempo progressiva e terribile dell’elite tecnologica e finanziaria globalizzata, capace di far uscire dalla povertà miliardi di persone e migliorare a ritmi impressionanti la qualità della vita di tutti, ma allo stesso tempo di compromettere l’ambiente e, purtroppo, le istituzioni democratiche formatesi con fatica nel ‘900, anche dal sangue di due guerre mondiali.

Come nel ‘700, quella che Marx chiamerebbe "l’ideologia borghese" lancia messaggi di progresso: libertà, uguaglianza e fraternità, oggi tradotti nei miti dell’interconnessione digitale e senza frontiere di persone ed attività economiche. Se è vero che queste promesse sono state in gran parte mantenute e viviamo molto meglio di due secoli, tuttavia i monopoli che tendono a generarsi, spinti dalle enormi economie di rete, cercano di spazzare ogni ostacolo che si oppone ai loro obiettivi.

Uno dei principali sono sicuramente le istituzioni democratiche, nazionali ed internazionali, che secoli di lotta sociale hanno costruito e che, pur tra mille contraddizioni, sono le uniche capaci di promuovere una crescita sostenibile, la redistribuzione della ricchezza (facendo ad esempio pagare le tasse alle grandi multinazionali) ed il contrasto alle posizioni dominanti che di fatto vanificano l’uguaglianza sostanziale dei cittadini.

Non è un caso che proprio i social network, grandi monopolisti di oggi, siano il principale veicolo del risentimento diffuso verso le istituzioni e del disprezzo per i meccanismi costituzionali di equilibrio dei poteri. Che lì si esalti, spesso con la menzogna sistematica e tollerata,  il carisma di leader la cui storie personali incarnano gli opposti delle "virtù repubblicane" alla base delle costituzioni avanzate.

Così Donald Trump diventa l’"arma subdola" dei padroni del vapore: in nome dell’operaio di Detroit detassa i ricchi, esce dal protocollo di Kyoto, lascia mano libera alla finanza speculativa, minaccia la Federal Reserve. A casa nostra, leader totalmente  inadeguati ed esaltati da tanto e inaspettato potere si incaricano con zelo di scassare il bilancio pubblico e l’Unione Europea. Inizia la festa della grande speculazione. Poi, con la prossima crisi, arriverà di nuovo Napoleone a comprare i cocci in saldo a mettere tutti in riga.

13 Ottobre 2018



 
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