Appunti per un'ecologia cristiana: la Laudato Sii - Iperdiario di Luca Romanelli

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Appunti per un'ecologia cristiana: la Laudato Sii

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Per essere convincente, il discorso ecologico in ambito cristiano dovrebbe forse  liberarsi di alcune immagini consolidate nella tradizione: quella di una natura armoniosa, ordinata e sacralizzata da un disegno immutabile di Dio, specchio immediato della Sua gloria. Quelle che si sentono ancora al catechismo e a Messa la Domenica. Si tratta di stereotipi adatti al cristianesimo medievale ed alla società che gli corrispondeva, superati dallo sviluppo sociale dell’umanità e dalla riflessione filosofica moderna.

Occorre invece accettare ed assumere alcune contraddizioni, per tentare nuovi paradigmi di interpretazione. Ad esempio la natura è meravigliosa ma , come pensavano Leopardi e Darwin, può essere letta come cattiva,  una lotta cieca di elementi e specie indifferenti al nostro destino che si sopraffanno e ci sopraffanno nel corso dell’evoluzione. Molte specie si sono estinte senza l’intervento dell’uomo e sempre ci sono state variazioni del clima, indipendenti da noi. Inoltre l’evoluzione culturale dominerà sempre di più quella biologica: la materia e la vita saranno plasmati da ciò che gli uomini pensano e desiderano, a ritmi sempre più frenetici. L’immagine di una natura animata che si ribella al potere dell’uomo va bene per Avatar, non per un dibattito pubblico efficace.
Occorre infine considerare che gli interventi umani sull’ambiente possono avere valenze opposte: ci sono analisi fondate sugli effetti negativi dell’effetto serra (tropicalizzazione del clima, innalzamento dei mari ecc.) ma ci sono anche scienziati autorevoli che sostengono che esso ritarderà la prossima glaciazione. Anche lo sviluppo economico basato sulla tecnologia e sul capitalismo produce insieme danni e benefici:  inquina ma finanzia gli ospedali, distrugge biodiversità ma crea specie artificiali, produce scarsità d’acqua ma genera risorse per lo studio dell’ecologia e le nuove tecnologie sostenibili.

Per tentare di risolvere queste tensioni occorre prima rispondere (e non è evidentemente facile) ad alcuni interrogativi di fondo: che cos’è esattamente ciò che chiamiamo "natura", che relazione ha con ciò che chiamiamo "uomo" o "persona", che cosa fonda il valore di entrambi? che cosa è desiderabile e giusto per entrambi?
Dell’idea di natura la riflessione filosofica moderna ha proposto  parecchie interpretazioni divergenti: dalla coincidenza con la divinità (Bruno, Spinoza, la New Age) alla sua inconoscibilità e separazione dalla mente (Kant) alla negazione come realtà autonoma dallo Spirito (Hegel). Nel cristianesimo, la scolastica ne ha una formalistica e finalistica, di tipo aristotelico, mentre ultimamente si è affermata l’idea del "disegno evolutivo intelligente" (da Teilhard a Vito Mancuso). I Vangeli non ne hanno probabilmente nessuna. Il Papa si limita saggiamente ad affermare la stretta interconnessione tra ecosistemi sociali e naturali (140) come premessa di una necessaria "ecologia integrale".
Sull’idea di persona il Vangelo ha detto invece cose inequivocabili: che ogni individuo, anche il più debole, è unico e prezioso, in sé e per gli altri; che l’amore, la relazione di comunione e dono con gli altri è la chiave della sua felicità e di quella collettiva; che attraverso la caritas si manifesta il destino trascendente e quindi l’ultima dignità del genere umano.
Malgrado tutte le contraddizioni durante il cammino storico (si pensi al fondamentalismo islamico come ultima perversione) possiamo dire che queste idee-forza stanno plasmando lo sviluppo dell’umanità, orientandolo verso quei valori che troviamo nelle costituzioni avanzate, le dichiarazioni universali dell’Onu e dei maggiori organismi internazionali.

Se questo è vero si può tentare allora questa chiave di lettura della tematica ambientale: il rispetto della natura si inscrive e si interpreta nell’ambito dei principi universali di convivenza umana; in una prospettiva cristiana, come manifestazione della caritas. La valutazione di ogni scelta concreta che abbia impatto sull’ambiente deve essere ricondotta alle sue conseguenze ultime sulla dignità delle persone e sulla loro capacità di realizzarsi all’interno delle strutture sociali e politiche, quello che il Concilio chiama "bene comune" nella Gaudium et Spes.

Occorre inoltre che la valutazione degli impatti ambientali sia supportata al meglio da valutazioni scientifiche e trasparenti delle loro conseguenze dirette e sistemiche, visto che l’interconnessione olistica tra elementi apparentemente separati si presenta come una delle caratteristiche distintive dei fenomeni biologici ed ambientali. In presenza di rischio elevato di pesanti ed irreversibili conseguenze di un’azione essa dovrebbe inoltre essere impedita per la prevalenza di un principio di prudenza  a tutela del bene comune.
Prendiamo l’esempio della costruzione di centrali a carbone in Cina (o potrebbe essere lo sfruttamento delle risorse dell’Amazzonia, o la crescita delle megalopoli urbane, citate dal Papa) come mezzo più economico per sostenere nel breve termine lo sviluppo economico del paese. Secondo i criteri proposti occorrerà mettere sul piatto negativo della bilancia valutativa il danno diretto che le immissioni provocano ai cinesi, oltre al danno (anche se più incerto e differito) al pianeta per l’effetto serra. Sul piatto positivo la capacità di quelle centrali di aumentare il benessere (compresi i servizi sanitari, ma anche di istruzione e cultura) delle stesse popolazioni attraverso la crescita del reddito e magari la capacità di investire in seguito in ricerca sui sistemi ambientali e tecnologie più pulite, secondo piani credibili.

Dall’esempio è evidente l’importanza dei sistemi politici che prendono le decisioni ambientali. Come dice il Papa infatti il degrado ambientale si accompagna a quello sociale. Nell’esempio, a livello nazionale, è evidente l’importanza di meccanismi democratici che premino gli interessi delle fasce deboli che subiscono l’inquinamento a scapito di elite che potrebbero dirottare i benefici a loro vantaggio (per esempio per finanziare l’apparato poliziesco, clientelare o militare). A livello internazionale occorrono meccanismi che penalizzino chi genera danni di sistema, ad esempio limitando l’accesso ai mercati internazionali. Anche per gli organismi internazionali quindi (nell’esempio specifico il WTO) si pone un problema di democrazia e difesa degli interessi generali rispetto a quelli di lobby economiche ristrette. Il Papa se ne occupa nella parte finale dell’enciclica (164 ss.).

Proprio la difesa degli interessi dei deboli e della giustizia distributiva connette fortemente il messaggio evangelico alla prassi politica quando questa tenda a favorire la solidarietà concreta tra classi sociali e tra nazioni. Nell’enciclica i paragrafi 182 e seguenti sono dedicati proprio al "dialogo e trasparenza nei processi decisionali" a protezione degli interessi generali.

La sfida per la Chiesa (e anche per gli ambientalisti in genere) è fuggire la tentazione di rifiutare in blocco le trasformazioni in atto in nome di una spesso inesistente o almeno idealizzata armonia dei vecchi tempi, il più delle volta carica di ingiustizie ancora più profonde. E’ il caso, ad esempio, dell’urbanesimo e la creazione di grandi periferie marginali e degradate. Se queste nascono è perché la gente che le abita fugge da fame, malattie, povertà e oppressioni feudali nelle loro bucoliche campagne mentre nella città, insieme all’inquinamento e alla criminalità, trova lavoro, istruzione, una qualche dignità sociale, delle opportunità. La vera sfida non è tornare alla campagna, ma trasformare quelle periferie, esigere che lì ritorni la ricchezza che esse creano per la città, aprire varchi di comunicazione con le zone più ricche.
Nell’enciclica il Papa si scaglia giustamente contro l’indifferenza o la malafede che spesso circonda questa domanda di giustizia. D’altro canto riconosce che il dibattito deve essere laico ed aperto ad una pluralità di opinioni e che la Chiesa non esprime una parola definitiva (61).

Un’altra dimensione convincente che il Papa presenta come contributo della fede al dibattito ecologico è il sentimento di meraviglia di fronte al creato che ricorre in molti testi sacri e della tradizione, dalla Bibbia fino al Cantico di Francesco. Non si tratta di un’ingenua sacralizzazione di monti e fiumi. Al contrario è l’intuizione profonda (che si potrebbe benissimo argomentare razionalmente) che la ragione non può per sua costituzione accedere al significato ultimo delle cose, da cui discende che la tecnica non potrà mai dominare né la natura né l’esperienza umana. Esse sono infatti guidate da una libertà irriducibile e misteriosa a cui, secondo la visione cristiana, l’uomo collabora in virtù della sua dignità personale.

Se quindi non devono esistere tabù sacrali verso le possibili manipolazioni dei codici naturali, la fede può orientarli al perseguimento di una felicità autentica e limitarne le pretese di dominio.

17 Giugno 2015

 
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