4 numeri sulla finanza pubblica - Iperdiario di Luca Romanelli

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4 numeri sulla finanza pubblica

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Se non si vuole restare alle chiacchiere, in tema di finanza pubblica, bisogna fare lo sforzo (non titanico) di leggersi la tabella sotto, tratta dal DEF 2013, che descrive entrate e spese del settore pubblico nell'ultimo triennio e la loro proiezione al 2017.

In fondo si vede il PIL, quello che produciamo come paese ogni anno. Si nota come nel 2012 sia calato non poco. Scenderà ancora nel 2013.
 
Una premessa fondamentale è che quest'anno il nostro debito raggiungerà il 132 percento del PIL e che l'adesione al Fiscal Compact europeo ci impegna a ridurre tale debito al 60% in 20 anni.
C' è molto dibattito tra gli economisti su quale sia una quota di debito pubblico sostenibile, ma abbiamo visto chiaramente con la crisi dello spread che i mercati considerano quello dell'Italia, un'economia da decenni statica ed invecchiata, molto pericoloso. Se smettono di finanziarlo c'è il tracollo. Tornare a livelli di debito contenuti significa rimettersi in sicurezza e poter affrontare con maggiore serenità possibili crisi future.

I numeri ci dicono che:

1. Il settore pubblico (comprese le pensioni) spende oltre la metà di quello che produce il paese;
2. il blocco del turnover e dei salari pubblici ha ridotto la spesa del personale che, se si continua con le politiche attuali, dovrebbe scendere nel 2017 di due punti a 9,2% di PIL, al di sotto della media dei maggiori paesi europei;
3. analogo risultato stanno dando e dovrebbero dare le razionalizzazioni degli acquisti di beni e servizi, che però scenderebbero nel 2017 di un solo punto di PIL, al 7,8%;
4. tutti gli sforzi fatti sul personale e sugli acquisti se li mangia la crescita delle pensioni. La "maledetta" riforma Fornero, tuttavia, la dovrebbe arrestare dal 2015. Nel 2017 saremo ancora a 16 punti di PIL, nel 2030 dovremmo scendere a 14,5, per poi risalire;
5. i risparmi vengono annullati anche dalla crescita degli interessi passivi, dovuta allo spread e all'aumento della quantità di debito. Ci va ancora bene che la BCE li tiene bassi, ma che succede se alcune economie dell'area euro, a cominciare dalla Germania, si dovessero surriscaldare e per evitare l'inflazione premessero per un aumento dei tassi?

Insomma siamo su una strada in salita e densa di rischi, che durerà una generazione almeno.

Il rigore sulla spesa pubblica dovrà continuare, anche perché le molte inefficienze ed i privilegi minano la competitività delle imprese private e quindi la crescita del PIL. Le generazioni più anziane, le più garantite, dovranno lasciare qualcosa a quelle più giovani, che hanno bisogno di maggiori tutele e sostegno per la loro formazione, in un mercato del lavoro sempre più difficile e flessibile. I contributi previdenziali non coprono ancora le prestazioni e chi è stato privilegiato oltre misura (a cominciare da pensionati baby e dorati) deve contribuire ora.
Il paese ha bisogno di una leadership autorevole e prolungata, che tenga la barra dritta su queste linee e garantisca credibilità ai mercati.

Le follie di questi giorni appaiono ancora più atroci alla luce dei numeri.

1 Ottobre 2013


 
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